"Ero appena tornato al 221B di Baker Street, dopo le mie solite visite ai pazienti, e trovai Holmes che guardava fuori dalla finestra. Notai che era particolarmente nervoso e, mentre osservava con attenzione la strada, mordicchiava il bocchino di una pipa spenta. "Buonasera Holmes!", dissi. Non ci fu risposta e non ne rimasi sorpreso. Conoscevo Holmes da tempo e sapevo che quando era impegnato nei suoi pensieri si isolava dal mondo. Mi sedetti sulla poltrona affianco al camino e dopo qualche minuto di silenzio si avvicinò e mi mostrò un telegramma: "Signor Holmes. Urgente bisogno di incontrarla. Stasera Baker Street ore 8. Paul Pillow". "Allora sarà qui a momenti", feci notare. "Conosce questo Pillow?" "No", mi rispose. "Eccolo. Dovrebbe essere quell'uomo che si sta avvicinando alla nostra porta". Un secondo dopo udimmo il suono del campanello, seguito da dei passi che salivano le scale. Holmes, impaziente, aprì la porta. "Buonasera signor Pillow" "Ecco qui Sherlock Holmes! Buonasera a lei e piacere di conoscerla", esclamò entusiasta il nostro ospite. Dopo averlo fatto accomodare, mi presentai. Ormai molti mi conoscevano come il biografo ufficiale del mio amico investigatore. L'uomo che si presentò a noi era giovane, basso, con una barba non molto elegante. Appariva comunque come una persona curata ed era visibilmente emozionato. Holmes, senza perdere tempo, iniziò con le sue solite domande: "Mi dica. A cosa dobbiamo questo incontro?" "Mi chiamo Paul Pillow. Sono un lettore delle sue imprese e, appena sono passato da Londra, ho voluto a tutti costi conoscerla. Ci tengo anche a ringraziare il Dottor Watson che, grazie ai suoi scritti, mi ha permesso di scoprire lei e le sue tecniche prodigiose". Holmes apparve deluso. "Quindi lei è qui solo per conoscermi? Non ha nessun caso, furto o delitto da sottopormi?" "No", rispose imbarazzato il nostro ospite. Holmes scoppiò in una fragorosa risata. "Lei Watson mi manderà in rovina con questa sua passione per la scrittura! E perché mai un giovane come lei dovrebbe essere interessato alle mie vicende?" "Signor Holmes, lei non lo sa, ma le sue strategie mi sono molto utili sul lavoro" "Ah già! Lei è un formatore". Pillow apparve sorpreso "Come lo sa?" "Elementare. Lei è a Londra di passaggio: i numerosi biglietti del treno che escono dalla tasca significano che lei è una persona che viaggia molto. Sulla giacca, poi, ha i segni di un badge giornaliero. Ha visibili occhiaie, sintomo di lunghe notti passate a studiare, un grande orologio per non perdere mai di vista l'ora ed è vestito in modo elegante ma non ricercato. Inoltre ha le mani sporche d'inchiostro di pennarelli, segnale di una persona che è abituata a scrivere su lavagne e lucidi. Ma soprattutto, lei non aveva niente di meglio da fare che venire a parlare con me. Quest'ultimo indizio, in particolare, denota una persona che spende il suo tempo in maniera molto originale. Quindi lei non può che essere un formatore: un professionista fuori dal comune". "Ciò che dicono sul suo conto è proprio vero! Ha un intuito eccezionale", sottolineò Pillow. "Mi dica: cosa fa esattamente un formatore? Per tante domande a cui ho dato risposta, questa mi è ancora irrisolta". "Un formatore è un facilitatore dell'apprendimento", rispose prontamente il giovane. "Facilitatore? Si spieghi meglio" replicò Holmes. "Come il dottor Watson si occupa del benessere fisico dei suoi pazienti, io mi occupo del loro benessere mentale e relazionale. Inoltre la mia e la sua professione, Holmes, sono simili: sia io che lei, infatti, aiutiamo le persone a trovare soluzioni". Nella mia mente aumentò la confusione. Non avevo assolutamente chiaro che mestiere facesse quel giovane sedutomi accanto, ma per galanteria né io né il mio amico, che appariva dubbioso quanto me, volemmo insistere su questo punto. Pillow proseguì. "E' proprio per le similitudini tra le nostre professioni che sono qui oggi. Vorrei chiederle alcuni chiarimenti sul suo modo di procedere nelle indagini". "Ah, lei mi vuole rubare il lavoro, Pillow!", sentenziò Holmes ironicamente. "Guardi, ho già abbastanza difficoltà nel mio. Poi lei sarebbe insuperabile". "Ciò che mi ha colpito dagli scritti del dottor Watson è il suo metodo da lei definito deduzione". "Esattamente" "Se lei permette, credo che si sbagli" Sobbalzai sulla sedia. In tanti anni passati a fianco del mio amico, non avevo mai sentito nessuno contestarlo in maniera così diretta. Holmes conservò la sua solita calma nell'attesa di sentire dove Pillow volesse arrivare. "Nel senso che il suo metodo è certamente efficace, ma non si può definire deduttivo. La deduzione è arrivare al particolare partendo dai concetti universali. Lei, invece, effettua più precisamente un abduzione, ovvero stabilisce ipotesi per spiegare alcuni fatti. Le sue affermazioni devono essere sempre verificate" "Infatti sostengo che la tentazione di formulare ipotesi premature sulla base di dati insufficienti è la rovina della nostra professione" "Giusto! Potrei anche affermare che è grazie ad un calcolo delle probabilità che lei alla fine trova delle certezze", continuò Pillow. "Interessante questa sua disamina", osservò Holmes. "Difatti", dissi io a sostegno delle ipotesi di Pillow, "ricordo il caso dei faggi rossi, quando affermò "Dati! Dati! Dati! Dati! Non posso fabbricare mattoni senza l'argilla" Holmes rimase in silenzio. Aveva trovato una persona intellettualmente alla sua altezza. Nonostante non trasparisse, notavo in lui una certa soddisfazione per questa discussione. Infatti aggiunse "Nelle mie indagini ho sempre sostenuto che è un errore capitale teorizzare prima di avere i dati. Senza accorgersene, si comincia a deformare i fatti per adattarli alle teorie, invece di adattare le teorie ai fatti" "Condivido questo pensiero. Nel mio lavoro di formatore mi capita spesso di dover riportare gli assunti teorici a casi concreti. I miei clienti hanno sempre bisogno di dati e casi su cui ragionare". "Pillow, è evidente che nel suo mestiere ha allora dei clienti molto intelligenti". "Ne sono convinto", disse il giovane, "la difficoltà sta nel fargli ricordare tutti i dati, le teorie e i casi che insieme analizziamo". Holmes fece una pausa e affermò: "Secondo me, in origine il cervello umano è come un attico vuoto che uno deve riempire con i mobili che preferisce. Uno sciocco assimila ogni sorta di ciarpame che gli viene a tiro, così che le nozioni che potrebbero essergli utili vengono spinte fuori o, nella migliore delle ipotesi, accatastate alla rinfusa insieme ad un'infinità di altre cose, di modo che ha difficoltà a ritrovarle. Un operaio abile, invece, sta molto attento a ciò che immagazzina nel suo attico. Non vi metterà altro che gli strumenti che possano aiutarlo nel suo lavoro, ma di questi strumenti ne ha un vasto assortimento, e tutti in perfetto ordine. E' sbagliato pensare che quella piccola stanza abbia pareti elastiche che possano allargarsi a piacimento. E' estremamente importante che le nozioni inutili non tolgano spazio a quelle utili". Al nostro ospite si illuminarono gli occhi e disse: "Holmes, sono certo che lei sarebbe stato un ottimo formatore. Oltre ad avere grandi competenze, riesce a trasmettere il suo sapere con delle metafore significative". "Pillow, su una cosa sono certo: amo questo mestiere e continuerò a farlo. Se però un giorno avesse bisogno di un consulto per questa sua cosiddetta formazione non esiti a chiamarmi" "Non esiterò. E' stato un piacere conoscerla. Ora vado perché domattina ho una lezione e devo ancora finire di preparare del materiale". Il nostro ospite, visibilmente soddisfatto della chiacchierata, si alzò e mentre lo accompagnavamo alla porta disse: "Holmes, parlerò di lei e dei suoi metodi ai miei colleghi. La ringrazio e vi auguro buona serata". Salutato il nostro curioso ospite, Holmes prese il violino, assorto nei suoi pensieri, ma con un sorriso di compiacimento per quell'incontro. Mentre mi alzai per andare in camera gli dissi: "Un personaggio affascinante quel Pillow, vero Holmes?" "Molto interessante, direi! Ma Watson, lei ha capito cosa fa un formatore?"